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giovedì 29 luglio 2010

Il barbiere sui tetti

Il personaggio più romantico di Roma abita i tetti della città.
Di giorno fa il barbiere e di notte si sistema su un tetto, quasi ogni notte diverso.
Di giorno e di notte guarda tutti dall’alto, sia se taglia capelli sia se osserva la città affacciato alle terrazze condominiali.
Come barbiere guadagna novecento euro al mese, quanto l’affitto di un appartamento, non vale la pena pagare l’affitto, tanto più che deve già provvedere a sua figlia che vive con la madre.
Al giorno d’oggi la libertà sessuale è un lusso per ricchi.
Se pagasse un affitto, anche basso, non potrebbe pensare a sua figlia. Preferisce abitare i tetti.
Ha sempre con se il portaritratti elettronico, su cui fa scorrere le foto, e poi ha tutte le mail e le lettere di sua figlia, a cominciare da un foglio di figure astratte su cui una mano incerta ha scritto per la prima volta papà. Quelle cose, prima di coricarsi, lo riscaldano o lo rinfrescano, secondo la stagione, sotto le stelle o le nuvole o al riparo di un lavatoio di quelli che stanno in cima ai palazzi.
Si direbbe un personaggio di un altro secolo, perdutamente innamorato e pronto ad ogni sacrificio per il solo compenso di un sorriso della sua bella, ed infatti è così. Il secolo a cui appartiene non è quello in cui crede di vivere.
I tempi sono cambiati velocemente, c’è una crisi. Il nuovo secolo si è trasformato alla nascita. Siamo nel secondo decennio del duemila, ma siamo anche nell’ottocento. Il romanticismo del barbiere sui tetti è più che attuale. E’ il resto del secolo ad essere anacronistico, continuando a rincorrere l’illusione del lusso gretto, del tecnicismo superfluo e della competizione ottusa che l’hanno rovinato.
Adesso è così che si vive, di passione e adattamento, alla ricerca di significati e di un senso profondo. Lo hanno capito solo i pochi che sanno distaccarsi, ed il barbiere che vive sui tetti.
Tagliare i capelli è ciò che fa da vent’anni. Sua figlia ne ha tredici.
Tagliare i capelli è un arte, non un arte sublime, ma un arte minore, da artigiano. Le mani sapienti muovono il pettine, le forbici, le ciocche e zac. La testa prende forma, il volto si illumina. Un barbiere somiglia ad uno scultore o ad un giardiniere.
Il portaritratti elettronico sta tutto il giorno sotto gli occhi degli avventori che chiedono notizie della bambina.
Cresce, fa la terza media, fa atletica leggera, ha un fidanzatino, vuol fare l’attrice, no vuol fare l’architetto, il medico. Prenderà la strada che vuole. Importante che studi.
La città vista dai tetti ha un aspetto meno squallido di quando gli cammini a fianco e ti mostra le sue pustole d’affarismo. Il mondo visto con gli occhi dell’innamorato ha un aspetto più vivido e colorato. La natura torna al centro della coscienza quando si guarda tutto dall’alto e si è innamorati.
Il barbiere sui tetti è il personaggio più romantico e naturalista della città.
La sera, tornando a casa, potreste avere l’impressione che qualcuno vi stia osservando dall’alto e guardando le finestre o i balconi può darsi che non vedreste nessuno affacciato. Guardate più su, magari vi osservano da un tetto.

mercoledì 28 luglio 2010

Categoria studi statistico umanistici - Senza titolo

A Roma c’è il traffico e credo che questa affermazione sia inconfutabile.
Quello che è meno noto, se non a chi, come me, studia da vicino i fenomeni – il termine si capirà che è appropriato quando spiegherò di cosa sto parlando – quello che è meno noto, dicevo, è che a Roma perdono il senno cinquantadue persone al giorno a causa dell’esposizione al traffico. Ogni giorno, non uno di più non uno di meno, cinquantadue persone impazziscono per colpa del traffico.
Bene, come ho detto, sono uno studioso di questi fenomeni e per non smentire ciò ho intrapreso uno studio statistico ed insieme umanistico su di loro, intervistandoli.
Consapevole della quasi impossibilità di intervistarli tutti - considerando che a Roma il traffico c’è da parecchi anni il numero complessivo di questi pazzi è piuttosto alto – ho deciso di intervistare solo quelli impazziti il diciotto aprile del millenovecentonovantotto. Erano cinquantadue, ma dieci sono venuti a mancare, quindi sono rimasti quarantadue. Quindici hanno fatto perdere le loro tracce e si sono dati probabilmente alla macchia ed alla vita nei boschi. Restano ventisette fenomeni oggetti di studio. Un bel numero, ad ogni buon conto. Vedremo cosa ne verrà fuori.
Porterò con me un registratore e poi adatterò un pochino il testo dell’intervista cercando di lasciare inalterato il suo clima ed il significato delle cose dette, trascrivendo il più fedelmente possibile e giustificando le variazioni dal vero dialogo avuto con loro, poveri pazzi.

Prossimamente pubblicherò le prime interviste.