Il sito non costituisce testata giornalistica, non ha comunque carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7/3/2001.

venerdì 19 novembre 2010

Disgusto

C’è quarcosa che nun va, qua intorno.
Me sembra de sentì ‘n saporaccio, ‘na puzza de rancido.
C’è quarcosa che nun va. Sarà la società?
Me pare de vedè li sorci corre sottomuro.
Competono a li mejo sorci, s’abbottano de formaggio.
Forse è quello che puzza.
Me pare de vive in una fogna.
Me sento quarcosa dar profonno,
un senso de schifo.
Viene proprio da lontano, ma sta qua drento.
E’ come se ingoiassi sempre lo stesso rospo,
ma quello ogni vorta torna su.
E’ un profonno senso de disgusto.
Me sa che le cozze cor latte nun le magno più.

lunedì 18 ottobre 2010

Sogni da proletariato a progetto

Ho sognato di essere un’ape e di posarmi sui fiori più colorati, ho sognato di volare.
Ho sognato di essere apprezzata ed ammirata, di essere temuta e rispettata.
Nel sogno volavo ronzando, mentre vedevo il mondo scorrere sotto di me.
Capitavo in una stazione di servizio per automobili e mi posavo sul bordo di un finestrino mezzo aperto, così che, quando l'auto partiva, mi trovavo già in faccia al vento a gustarmi lo spettacolo della velocità.
Tenevo le ali chiuse per non compromettere l’aerodinamicità della vettura e sentivo il vento forte che mi agitava la peluria del dorso.
Ne godevo tanto da rischiare di perdere l’equilibrio e con le zampette ben salde, come una surfista dei finestrini, me ne restavo appollaiata su quel bordo di vetro e mi piaceva un sacco.
Quando l’auto si fermava volavo via contenta.
Era stupendo essere un’ape, avevo avventure, facevo affari con la storia del polline, con il miele e con la tratta dei fuchi. Avevo una posizione sociale di tutto rispetto.
Ma il sonno finisce e con il sonno finisce il sogno, mi sono svegliata.
Sono tornata blatta, faccio schifo agli altri ed un po’ a me stessa.
I mezzi di produzione del miele, la grande distribuzione del polline e lo sfruttamento dei fuchi continuano ad essere appannaggio delle api che sono organizzate.
Noi blatte siamo disgregate socialmente, prima che moralmente.
Se andassi in una stazione di servizio per automobili potrei mettermi sotto le ruote della prima che parte.

giovedì 14 ottobre 2010

Studio statistico umanistico sugli impazziti per traffico a Roma il diciotto aprile millenovecentonovantotto. Intervista n. 4

Legenda: Intervistatore: I – Pazzo: P

Testo dell’intervista

I: Buongiorno signore.
P: Buongiorno a lei, come stà?
I: Io bene. Lei la vedo alquanto blu, si sente bene?
P: Mai stato meglio.
I: Lei è uno dei quindici impazziti per traffico a Roma il diciotto aprile del millenovecentonovantotto, dati per scomparsi il diciannove aprile del millenovecentonovantotto?
P: Impazziti per traffico mi piace, si, siamo impazziti per traffico a Roma quel giorno.
I: Finalmente uno che lo ammette.
P: Come?
I: Niente, parlavo tra me. Mi dica cosa è successo. Se lo ricorda? E’ sicuro di stare bene? Fisicamente ha l’aria di essere in forma, però mi sembra un po’ blu nell’aspetto.
P: Non si preoccupi, sto benissimo.
I: Tranne che per il fatto che è leggermente pazzo, no?
P: E’ vero, me ne stavo dimenticando. Sono impazzito per traffico a Roma. Quando? Mi rinfreschi la memoria.
I: Il diciotto aprile millenovecentonovantotto.
P: Si, è vero, proprio quel giorno. Bé, guardi, lei mi è simpatico. Finora nessuno di noi ha mai rilasciato interviste al riguardo, ma per lei farò un eccezione e le racconterò come è andata.
I: Bene. Sono tutto orecchi.
P: Eravamo su Via Salaria, fermi sotto il cavalcavia della tangenziale, imbottigliati nel traffico delle sei del pomeriggio.
I: Una cosa abominevole.
P: Ben detto, abominevole. Insomma, eravamo fermi, e ci guardavamo intorno cercando una via d’uscita.
I: Eravate chi?
P: Io e gli altri quattordici, ognuno nella sua auto, ognuno quasi impazzito.
I: E poi?
P: Siamo impazziti.
I: Bene.
P: Si, bene. E’ stato fantastico. Siamo usciti tutti e quindici contemporaneamente dalle auto e ce ne siamo andati, lasciandole li, sotto lo sguardo degli altri automobilisti.
I: E che avete fatto.
P: Siamo venuti qui.
I: Quindi i quindici impazziti per traffico a Roma quel diciotto di aprile, sono impazziti tutti assieme, cari amici.
P: Ma con chi parla?
I: Con nessuno, parlo tra me. Dicevamo, quindi, che state qui, a Villa Ada, da allora?
P: Si chiama in un altro modo, ma si, viviamo qui.
I: Come vivete?
P: Qui c’è tutto quello che ci occorre, i frutti della terra, l’alberocasa, l’albero delle anime.
I: L’albero che?
P: L’albero delle anime.
I: Aaahh!! Cos’era quello?
P: Cosa?
I: Quella cosa che ci ha volato sulla testa.
P: Niente, il mio amico Sturkzin che si allena sulla banshee.
I: Che?
P: Sturkzin che si allena sulla banshee, un ikran.
I: Adesso è più chiaro. Che diavolo era quella cosa che volava?
P: Una banshee, un animale abbastanza comune qui.
I: A Villa Ada?
P: No, su Pandora.
I: E che è?
P: Una delle tre lune del pianeta Polyphemus, la luna su cui ti trovi ora si chiama Pandora.
I: Ma se stiamo davanti al laghetto di Villa Ada.
P: La Grande Madre Eywa ti perdonerà per quello che dici. E, ad ogni modo, anche il laghetto di Villa Ada è parte del tutto che Eywa, la grande Madre, comprende in se.
I: Certo che sei impazzito di brutto tu, quel diciotto di aprile. E su un omone di più di due metri come te la pazzia non è una bella cosa.
P: Sono alto tre metri e quaranta.
I: Aaaahhh! Chi sono quelli? Tutti blu e tutti alti tre metri.
P: Gli altri impazziti, siamo Nav’i adesso. Quel giorno ci siamo convertiti al naturalismo e abbiamo assunto un aspetto nuovo, grazie a Eywa, la …
I: La grande madre, l’ho capito. Ma che siete, avatar?
P: Ah, ah. Voi umani ci chiamate così? Avatar. Ah, ah, ah.
I: Si, è proprio divertente. Che strano il mondo, vero?
P: Non è strano il mondo, sono gli umani ad essere strani.
I: Giusto, gli umani sono strani. Bene, io avrei da fare alcune cosette, poi dovrei trascrivere l’intervista per pubblicarla sul blog. Se non ti dispiace, me ne andrei. Se seguo il sentiero arrivo all’uscita su Via Salaria, giusto?
P: No, di la vai ai monti fluttuanti di Pandora. Via Salaria è di là. Attento che a quest’ora c’è un sacco di traffico.
I: Già, i monti fluttuanti. Bé, grazie tanto dell’intervista, è stata molto interessante.
P: Torna a trovarci quando vuoi.
I: Contaci. Addio.

Incredibile, cari lettori, i quindici impazziti scomparsi stanno a Villa Ada e sono diventati avatar.
Questa storia delle interviste agli impazziti per traffico sta cominciando a diventare pericolosa, ma la qualità scientifica del mio lavoro inizia a dare i suoi frutti.

martedì 12 ottobre 2010

Freghismi

Sto per fregarne un altro.
Chi prova a fregarmi?
Chi sarà il prossimo che proverà a fregarmi?
Mi muovo circospetto e mi guardo alle spalle,
cerco qualcuno da fregare.
Chi vuole fregarmi?
Mio fratello? L’ho fregato.
I miei amici? Fregati.
La mia donna? La frego io.
Chi ho fregato quest’oggi?
Chi fregherò domani?
Mi hanno fregato? Ci hanno provato?
Tu vuoi fregarmi? Già ti ho fregato io.
Al mondo chi frega non viene fregato.
Vincere è fregare una volta di più di quante si viene fregati.
Chi sto fregando? Chi fregherò?
E’ dolce il ricordo di quanti ho fregato.

domenica 29 agosto 2010

Studio statistico umanistico sugli impazziti per traffico a Roma il diciotto aprile millenovecentonovantotto. Intervista n. 3

Legenda: Intervistatore: I – Pazzo: P

Testo dell’intervista

I: Lei è pazzo?
P: No.
I: Quando è impazzito?
P: E lei?
I: E’impazzito guidando nel traffico?
P: Io non ho mai guidato, non ho nemmeno la patente.
I: Può dirci che cosa ha pensato all’inizio, nel momento in cui è impazzito?
P: Ho pensato che per essere diventato pazzo, il traffico doveva essere arrivato a un livello di esaurimento insopportabile. Credo che la pazzia, per il traffico, sia stata una via di fuga.
I: Lei è’ impazzito per fuggire dalla realtà?
P: Non io, il traffico è impazzito per fuggire da se stesso. Sentendosi perduto in un ingorgo ha preferito impazzire.
I: Si rende conto di quello che dice?
P: Si, perfettamente. E lei si rende conto che ha fatto due ore di traffico per arrivare fin qua a fare questa intervista?
I: Può descriverci la sua famiglia?
P: Non ne ho nessuna intenzione.
I: Vuole parlarci della sua infanzia?
P: No.
I: Sa perché lei viene considerato pazzo?
P: Nessuno mi ha mai considerato pazzo.
I: Ha qualche dichiarazione da fare in proposito.
P: No.
I: Non è stata molto utile questa intervista.
P: I soldi pattuiti deve darmeli lo stesso.
I: E’ venale lei?
P: L’intervista è finita. Basta domande, mi deve pagare.
I: Certo che come pazzo lei sembra piuttosto attento alle cose pratiche.
P: Glielo ho detto che non sono pazzo.

Dopo questa esperienza ho deciso che, in cambio delle interviste, non prometterò mai più del denaro agli impazziti per traffico a Roma il diciotto aprile millenovecentonovantotto. Se me lo chiedessero, il denaro intendo, ebbene li classificherei nel mio computo scientifico come deceduti, tanto non credo che qualcuno si prenderà mai la briga di controllare se è vero.

lunedì 23 agosto 2010

Un orto botanico

Quello che rimpiango di Roma non è la città sparita che non ho visto, né il suo popolo che era migliore prima di adesso soltanto perché non aveva niente e poteva permettersi di essere generoso senza nulla perdere. Rimpiango il luogo che avrebbe potuto essere, perché l'ho immaginato tanto che praticamente l'ho visto.
Roma avrebbe potuto essere l'orto botanico archeologico e il parco naturale artistico più sensazionale nel giro di almeno quattro o cinque continenti. I musei archeologici avrebbero potuto inserirsi in musei forestali e agricoli, il centro storico si sarebbe potuto circondare di boschi, vigne e frutteti che allo stesso tempo vi avrebbero attestato avamposti nelle ville patrizie boschive e sul lungotevere boscoso; e la sede della Sovrintendenza si poteva fare in cima ad una sequoia (per i primi secoli, aspettando la crescita dell'albero, l'ufficio sarebbe stato in verità un po' strettino).
Io non rimpiango la città che Roma è stata, rimpiango che a Roma ci sia ancora una città, anziché una riserva naturalistico culturale.
Però, se si demolissero gli edifici posteriori al millenovecento (quasi tutti) e si rimboscasse a tappeto tutta la provincia, la situazione potrebbe migliorare.
Il Tevere potrebbe tornare, non solo balneabile, ma anche potabile, oltre che biondo.
E invece delle squallide bancarelle dell'estate romana si organizzerebbe il festival della poesia tra i ginepri di Corso Vittorio, l'estemporanea di pittura nella pineta di Piazza Venezia, o la sagra delle zucchine gratinate nella serra multimediale degli ortaggi del Circo Massimo. Tarzan si farebbe il bagno all'incrocio tra l'Aniene e il Tevere. La biennale del cinema muto bulgaro restaurato avrebbe il suo fascino ed un sicuro successo nella cornice verde lussureggiante del Parco delle Piante Tropicali di San Giovanni in Laterano. E tante simili amenità che si possono inventare.
Pensiamoci, e dopo averci pensato, trasferiamoci a rovinare un altro posto.

sabato 14 agosto 2010

La solita incomunicabilità della società moderna

Ad un certo punto s’è alzato ed ha detto “Vorrei che ascoltaste quello che ho da dire perché vorrei dire qualcosa per me importante. E vorrei che questa cosa sembrasse importante anche a voi.”
Poi si è guardato attorno ed ha concluso “Volevo dire solo questo.”
Non ha aggiunto altro e si è seduto di nuovo al suo posto.
Molti dei presenti istintivamente sono stati d’accordo con lui.

Campana del mattino 3 – coscienza di se

Buongiorno, sono un selvaggio al tempo della pace armata.
Nasco oggi in un giorno normale. Non ho un passato o una memoria.
Vivo da oggi la vita di un altro. Sono e non sono io, sono e non sono l’altro.
Ho gli strumenti, ho la tecnica. Ma non posso capire.
Sono la fatica del lavoro.
Sono un pensionato.
Sono senza casa.
Sono il burocrate, l'imprenditore, il lavoratore, il soldato.
Sono stato e sono ancora, ma sono qualcosa che non conosco, che non comprendo, che non so trovare.
Sono un selvaggio al tempo della pace armata.
Nasco oggi in tutti i luoghi del mondo e non ne riconosco nessuno. Perché questo non è il mio mondo ed i mille me stesso che oggi nascono non sono ciò che io so di me.
Io non faccio la guerra e non mi nutro di odio, non sono responsabile dello sfruttamento e della sofferenza.
Non voglio uccidere , non voglio essere ucciso. Il mondo mi ha insegnato una vita e me ne ha data un’altra. Mi sporca le mani di sangue, di sudore e di lacrime altrui, senza che io faccia nulla di male, se non vivere nel mondo in cui mi trovo. E non so chi sono.
Sono un selvaggio al tempo della pace armata, nato oggi e già lontano da me. E sogno me stesso.
Buongiorno a tutti voi.

venerdì 13 agosto 2010

Campana del mattino 2 - coscienza geografica

Buongiorno, sono un selvaggio al tempo della pace armata.
Nasco oggi in un giorno normale, non ho un passato o una memoria. Vivo da oggi in terre lontane: lontane dal mondo reale, lontane dai posti dove accadono le cose importanti, lontane dalla realizzazione dei miei sogni e delle mie capacità.
Penso ed agisco lentamente perché non serve che mi sbrighi, non ho nulla da fare, nulla da produrre. Tutti intorno a me vivono lentamente o a scatti, involontariamente. Siamo selvaggi senza passato nati in un mondo antico, tra le proiezioni di un mondo futuro.
Lenti ed a volte a scatti ci ammassiamo alle frontiere tra il nostro antico mondo ed il vostro e vi guardiamo, mentre le bombe cadono tra di noi, le mine esplodono, le epidemie dilagano.
Nasco e muoio quest’oggi. Ieri non so se ero vivo, non ho coscienza del mio passato che non ha valore né scopo, perché non sa varcare le frontiere, non sa vivere nel mondo che arriva che viene dal vostro.
Sono un selvaggio al tempo della pace armata: i miei sogni non hanno importanza, la mia vita non ha importanza. Sarò soldato, farò la guerra per la vostra pace, sopravviverò o morirò; non ha importanza, perché domani avrò scordato l’oggi e l'oggi non so se è già un passato dimenticato.
Sono un selvaggio al tempo della pace armata e sogno la vita.
Buongiorno a tutti voi.

lunedì 9 agosto 2010

Campana del mattino 1 - coscienza culturale

Buongiorno, sono un selvaggio al tempo della pace armata.
Nasco oggi in un giorno normale, non ho un passato o una memoria. Sono un assemblato di argilla, plastica e metallo. Sono una creatura dell’uomo e come tale conosco la guerra e ne avverto il terrore attraverso le parole tutti. Parole che dicono: “combattiamo noi stessi e violentiamo il nostro passato; costringiamo il presente e trasfiguriamo il futuro. Temiamo il giudizio e lo aggrediamo violentemente; non sappiamo sedare i sensi di colpa e ci accaniamo sulle nostre vittime. La guerra è in noi è con essa la paura e l’odio.
Non c’è via di fuga, non c’è sollievo né pace. La guerra è ovunque e spesso scorre il sangue, si sente il dolore e il pianto.”
Sono un selvaggio al tempo della pace armata, nato oggi e sento le carni lacerarsi ed ascolto le urla ed i lamenti levarsi.
Non provo dolore e non ho paura. Sono una creatura dell’uomo e l’uomo può distruggermi. Provo pena per la mia stessa natura, però, ed allevio la pena usando droghe sintetiche.
Sono intossicato da droghe dissocianti che mi conducono fuori di me, illudendomi di essere umano.
Fuggo da me per non sentire la plastica sciogliersi al contatto con l’odio, per non vedere gli acidi corrodere il metallo e la bava dei cani far dissolvere l’argilla.
Grazie alla droga non avverto più tutto questo e mi convinco di provare rabbia, dolore e di essere un uomo.
Sono un pupazzo d’argilla, plastica e metallo, nato oggi e drogato.
Sono un selvaggio al tempo della tecnica e della pace armata e sogno di morire.
Buongiorno a tutti voi.

sabato 7 agosto 2010

Studio statistico umanistico sugli impazziti per traffico a Roma il diciotto aprile millenovecentonovantotto - Intervista n. 2

Legenda: Intervistatore: I – Pazzo: P

Testo dell’intervista

I: Lei era nel traffico il diciotto aprile del millenovecentonovantotto?
P: Si.
I: Dove, esattamente?
P: Sul Lungotevere della Farnesina.
I: A Trastevere.
P: Si, ero in prima fila davanti al semaforo rosso e attendevo il verde.
I: Il semaforo di Piazza Trilussa?
P: Precisamente.
I: E cosa è successo.
P: Si è fermato il tempo.
I: In che senso?
P: Non scatta più il verde.
I: In effetti, lo dico per i lettori che leggeranno la trascrizione dell’intervista, ci troviamo su Lungotevere della Farnesina ed il semaforo di Piazza Trilussa è rosso.
P: E’ guasto secondo lei?
I: Non saprei. Vuole farci credere che lei si trova qui dal diciotto aprile del millenovecentonovantotto?
P: Minuto più, minuto meno.
I: Lei è pazzo.
P: Senta, le multe selvagge mi hanno messo sul lastrico, io col rosso non ci passo. Sarò pazzo, ma un’altra multa non la voglio prendere.
I: Ecco, è scattato il verde. Perché resta fermo?
P: Non è verde, è ancora rosso.
I: Ma non vede che stanno passando tutti? E gli automobilisti dietro stanno fondendo le coronarie con i clacson per quanto sono infuriati con lei che resta fermo.
P: Le dico che è rosso.
I: Lei sta qui da dodici anni? Lei è pazzo davvero. Si è perfino formata della vegetazione intorno alla sua auto.
P: E’ un piccolo giardino che curo personalmente.
I: Come sopravvive?
P: Mia moglie mi porta delle provviste una volta a settimana.
I: Non posso crederci. Intanto è tornato ad essere rosso il semaforo.
P: Glielo avevo detto che è rosso.
I: Ma è intermittente, poi tornerà il verde.
P: Può darsi che lei abbia ragione, ma poi tornerebbe a essere rosso. E se superassi l’incrocio quando venisse questo colore verde, come dice lei, colore che da quando sono qui non ho mai visto, poi ne incontrerei un altro rosso dopo cento metri. Tanto vale starmene qua, che è un bel posto, con il mio giardinetto di piantine dalle foglie sempre rosse. Sono molto autunnali non trova? Le foglie rosse intendo.
I: Le foglie rosse? Senta, mi tolga una curiosità – faccio presente ai lettori che al momento dell’intervista indossavo una polo verde – mi dica, questa mia polo, di che colore è?
P: Rossa.

Errata Corrige Legenda. Intervistatore: I – Daltonico: D.

I: Lei è daltonico, ecco perché da dodici anni vede un semaforo sempre rosso. Il semaforo diventa verde come tutti gli altri, ma lei quel diciotto aprile del millenovecentonovantotto è diventato daltonico, non pazzo.
D: Non mi dica. Quindi ho perso tutto questo tempo. E dire che avevo un sacco di cose da fare. Allora corro ad occuparmi degli affari miei. Vede che gioiello di macchina, è ripartita come se fosse rimasta ferma dodici giorni anziché dodici anni.
I: Aspetti.
D: Arrivederci.
I: E’ partito, ma il semaforo è ancora rosso. Si è salvato perché non passava nessuno. Continuo a vederlo mentre si avvicina al semaforo successivo e passa nuovamente col rosso credendo ormai che tutto ciò che vede rosso sia verde. Risparmio ai lettori la descrizione della scena dell’impatto della sua auto con il tram proveniente da Piazza Sonnino.

Da approfondimenti successivi a questa intervista sono giunto alla conclusione che il daltonismo del diciotto aprile millenovecentonovantotto nel soggetto oggetto del presente studio è stato indotto dalla pazzia. Ovvero il soggetto è diventato daltonico perché impazzito. Altrimenti non lo si potrebbe annoverare tra i cinquantadue pazzi da traffico di quel giorno ed io che ne ho intervistati finora solo due, me ne dovrei mettere a cercare un altro che non è mai stato individuato.
Se il tizio daltonico venisse dichiarato uscito di senno a causa del daltonismo che gli aveva fatto percepire un semaforo come rosso per dodici anni e non daltonico perché pazzo, come potrei trovare il vero cinquantaduesimo pazzo?
Se avete capito la domanda spero che possiate darmi dei suggerimenti.

mercoledì 4 agosto 2010

Studio statistico umanistico sugli impazziti per traffico a Roma il diciotto aprile millenovecentonovantotto - Intervista n. 1

Legenda: Intervistatore: I – Pazzo: P

Testo dell’intervista

I: Buongiorno, lei è impazzito a causa del traffico il diciotto aprile millenovecentonovantotto?
P: Del traffico? Buona questa. Forse si, il traffico è una tale follia.
I: Ricorda come sono andate le cose?
P: Quali cose?

Faccio notare, a lato, ai lettori che l’intervistato, in sella ad un velocipede privo di motore, si tiene sul vago riguardo la sua follia. Tipico: lui tenta di nasconderla agli altri e soprattutto a se stesso, ma essa, la follia, lo incalza inesorabile.

I: Ricorda quel terribile giorno di dodici anni fa?
P: No che non ricordo un giorno a caso di dodici anni fa. Ma chi è lei?
I: Il dottore.

Ho detto questo per incutere timore e rispetto: nei pazzi funziona.

P: Forse è lei che ha bisogno di un dottore. Cosa vuole?
I: Va spesso in bicicletta?
P: Continuamente. E’ il mio solo mezzo di trasporto, oltre al treno.
I: Da quanto tempo?
P: Da molti anni.
I: Dal diciotto aprile millenovecentonovantotto.
P: Dagli. Magari è così. Dal diciotto eccetera, se le fa piacere.
I: Diciotto aprile millenovecentonovantotto.
P: Bravo.
I: Si muove in città in bicicletta da allora?
P: Sempre.
I: Lei è pazzo.
P: Le sembro pazzo perché vado in bici? Mi fa schifo il traffico e mi fa schifo l’idea di inquinare. Attraverso tutta Roma in bicicletta.
I: Non si alteri. Siamo tutti certi che lei abbia ragione.

I pazzi vanno assecondati.

P: Tutti chi?
I: Non si preoccupi, va tutto bene.
P: Senta, immagino che sia un brutto periodo per lei, se vuole parliamone, ma forse è il caso che torni a casa e si faccia una bella dormita.
I: Lei crede? Non si sente bene?
P: Io si. Forse lei, però, è meglio che si riposi.

Decido di continuare ad assecondarlo.

I: Lei, intanto, continuerà ad andare in bicicletta?
P: Si. Vuole fare un giro?
I: Grazie, no, non salgo su una bici da molti anni.
P: Sbaglia, lo sa? Pedalare cambia il valore del movimento.

Cosa diamine dice il pazzo, mi domando, e lo assecondo ancora.

I: Certo, naturalmente.

Comincio a temere per la mia incolumità, il pazzo sembra furioso.

P: Si sente bene?
I: Certo. Sto benissimo.
P: Vada a casa e si riposi.
I: Va bene.
P: E si compri una bicicletta.
I: Come no, naturalmente.
P: Così non sarà più tanto stressato per il traffico.

Guadagno l'uscita e mi metto in salvo.

Ebbene, con questa intervista ho dato testimonianza del primo dei ventisette casi di impazziti per traffico quel diciotto di aprile millenovecentonovantotto.
Mi sembra evidente che se uno gira a Roma in bicicletta da molti anni e continua a farlo è certamente pazzo, oltre che fortunato a non essere finito sotto un autobus.
Ad ogni modo il pazzo è stato inserito nella statistica scientifica del mio studio.

giovedì 29 luglio 2010

Il barbiere sui tetti

Il personaggio più romantico di Roma abita i tetti della città.
Di giorno fa il barbiere e di notte si sistema su un tetto, quasi ogni notte diverso.
Di giorno e di notte guarda tutti dall’alto, sia se taglia capelli sia se osserva la città affacciato alle terrazze condominiali.
Come barbiere guadagna novecento euro al mese, quanto l’affitto di un appartamento, non vale la pena pagare l’affitto, tanto più che deve già provvedere a sua figlia che vive con la madre.
Al giorno d’oggi la libertà sessuale è un lusso per ricchi.
Se pagasse un affitto, anche basso, non potrebbe pensare a sua figlia. Preferisce abitare i tetti.
Ha sempre con se il portaritratti elettronico, su cui fa scorrere le foto, e poi ha tutte le mail e le lettere di sua figlia, a cominciare da un foglio di figure astratte su cui una mano incerta ha scritto per la prima volta papà. Quelle cose, prima di coricarsi, lo riscaldano o lo rinfrescano, secondo la stagione, sotto le stelle o le nuvole o al riparo di un lavatoio di quelli che stanno in cima ai palazzi.
Si direbbe un personaggio di un altro secolo, perdutamente innamorato e pronto ad ogni sacrificio per il solo compenso di un sorriso della sua bella, ed infatti è così. Il secolo a cui appartiene non è quello in cui crede di vivere.
I tempi sono cambiati velocemente, c’è una crisi. Il nuovo secolo si è trasformato alla nascita. Siamo nel secondo decennio del duemila, ma siamo anche nell’ottocento. Il romanticismo del barbiere sui tetti è più che attuale. E’ il resto del secolo ad essere anacronistico, continuando a rincorrere l’illusione del lusso gretto, del tecnicismo superfluo e della competizione ottusa che l’hanno rovinato.
Adesso è così che si vive, di passione e adattamento, alla ricerca di significati e di un senso profondo. Lo hanno capito solo i pochi che sanno distaccarsi, ed il barbiere che vive sui tetti.
Tagliare i capelli è ciò che fa da vent’anni. Sua figlia ne ha tredici.
Tagliare i capelli è un arte, non un arte sublime, ma un arte minore, da artigiano. Le mani sapienti muovono il pettine, le forbici, le ciocche e zac. La testa prende forma, il volto si illumina. Un barbiere somiglia ad uno scultore o ad un giardiniere.
Il portaritratti elettronico sta tutto il giorno sotto gli occhi degli avventori che chiedono notizie della bambina.
Cresce, fa la terza media, fa atletica leggera, ha un fidanzatino, vuol fare l’attrice, no vuol fare l’architetto, il medico. Prenderà la strada che vuole. Importante che studi.
La città vista dai tetti ha un aspetto meno squallido di quando gli cammini a fianco e ti mostra le sue pustole d’affarismo. Il mondo visto con gli occhi dell’innamorato ha un aspetto più vivido e colorato. La natura torna al centro della coscienza quando si guarda tutto dall’alto e si è innamorati.
Il barbiere sui tetti è il personaggio più romantico e naturalista della città.
La sera, tornando a casa, potreste avere l’impressione che qualcuno vi stia osservando dall’alto e guardando le finestre o i balconi può darsi che non vedreste nessuno affacciato. Guardate più su, magari vi osservano da un tetto.

mercoledì 28 luglio 2010

Categoria studi statistico umanistici - Senza titolo

A Roma c’è il traffico e credo che questa affermazione sia inconfutabile.
Quello che è meno noto, se non a chi, come me, studia da vicino i fenomeni – il termine si capirà che è appropriato quando spiegherò di cosa sto parlando – quello che è meno noto, dicevo, è che a Roma perdono il senno cinquantadue persone al giorno a causa dell’esposizione al traffico. Ogni giorno, non uno di più non uno di meno, cinquantadue persone impazziscono per colpa del traffico.
Bene, come ho detto, sono uno studioso di questi fenomeni e per non smentire ciò ho intrapreso uno studio statistico ed insieme umanistico su di loro, intervistandoli.
Consapevole della quasi impossibilità di intervistarli tutti - considerando che a Roma il traffico c’è da parecchi anni il numero complessivo di questi pazzi è piuttosto alto – ho deciso di intervistare solo quelli impazziti il diciotto aprile del millenovecentonovantotto. Erano cinquantadue, ma dieci sono venuti a mancare, quindi sono rimasti quarantadue. Quindici hanno fatto perdere le loro tracce e si sono dati probabilmente alla macchia ed alla vita nei boschi. Restano ventisette fenomeni oggetti di studio. Un bel numero, ad ogni buon conto. Vedremo cosa ne verrà fuori.
Porterò con me un registratore e poi adatterò un pochino il testo dell’intervista cercando di lasciare inalterato il suo clima ed il significato delle cose dette, trascrivendo il più fedelmente possibile e giustificando le variazioni dal vero dialogo avuto con loro, poveri pazzi.

Prossimamente pubblicherò le prime interviste.

lunedì 26 luglio 2010

Le buche

A Roma è pieno di buche e cunette, dossi, dissesti e pietre vaganti, tutte belle cose disseminate, in tante dimensioni diverse, un pò ovunque.
Credo che abbia a che fare con la faccenda dei ruderi e dei turisti. Con le buche i turisti si credono di stare tra i resti dell’antica Roma e sono più contenti, invece sono tra i resti dei lavori e della manutenzione delle strade.

giovedì 22 luglio 2010

Vicino al mare

A Roma si sa che a poca distanza c’è il mare. Sapere che c’è è un riferimento costante, oltre che un grande sollievo.
Poi arriva il giorno in cui uno, al mare vicino Roma, ci va.

martedì 20 luglio 2010

A Roma c'è un albero

A Roma c'è un albero. Ce ne sono anche altri, ma questo ha le radici, i rami e tutto quello che serve nel mondo per essere considerati degli alberi, in più è anche grande.
Quindi diciamo che a Roma c’è questo grande albero. Credo che non viaggi granché se non nello spazio, ad una velocità simile a quella con cui viaggia la Terra nel Sistema Solare, il Sistema Solare nella Galassia e la Galassia nell’Universo; e ancora non ho capito bene se l’Universo se ne va in giro in un sistema di altri Universi reali o algebricamente possibili o immaginari.
Ad ogni modo a Roma c’è un albero e questo è un fatto, credo.
La sua specie mi è ignota, so quasi per certo che non è un pino, sebbene di pini esso sia circondato, ed anche per il fatto che è diverso da loro che capisco che non è tale.
Quest’albero mi attrae, forse per i suoi rami o per i suoi tronchi. Si, i tronchi, perché appena esce enorme dalla terra, chissà se rendendosi conto o no di quanto questa lo porti a passeggio nello spazio, si annoda su se stesso e si dirama – il termine mi sembra appropriato – e lancia in aria, come una fontana, numerosi tronchi che inclinandosi mutano in rami, i rami in aghi, ma non è un pino, non sembra neppure un abete; e i rami più bassi e più lunghi si trastullano sospesi, orizzontali, a mezza altezza, qualunque sia l’altezza intera; ed i rami più corti e più alti si trastullano immaginando di crescere. Gli aghi, come capelli, ciondolano appesi a tutti i rami.
Come ali o come tende da sole, pronunciando un mantra interiore e facendo yoga, i rami si distendono e carezzano l’aria, e le lunghe dita dalle unghie aghiformi solleticano le molecole di ossigeno, anidride carbonica e solforosa o qualsiasi d’altro che, saltellando tra la luce e l’ombra delle ali dell’albero, o tende da sole, riempie l’aria di atomi.
Un simile albero che è bello quanto le più belle tra le tende da sole oggi in commercio, ha almeno una dozzina di storie bizzarre da raccontare.
Ora sono seduto al suo fianco. Nessuno dei due ha pagato il biglietto, ma stiamo viaggiando insieme, nello spazio, a bordo del pianeta su cui siamo nati.

sabato 17 luglio 2010

Benvenuti nel blog

Se non fosse per il suo passato che si può soltanto studiare o immaginare; per i tesori storici, archeologici e artistici, per altro oggi ridotti a vuote scenografie d’esca e rappresentanza, metastasi del commercio e della politica di due stati; se non fosse per la sua collocazione geologica, oggi irriconoscibile, a causa dell’urbanizzazione canagliesca che ricopre l’antico agro romano come un manto di sterco sotto cui Roma bella mi appare; se non fosse per il ricordo del suo popolo, per altro non sopravvissuto all’oggi in cui s’è incarognito nella subcultura affarista e individualista e s’è disgregato nelle categorie di consumatori; se non fosse per tutto quello che è trapassato, morto, sepolto e quasi dimenticato, Roma mi farebbe veramente schifo.
Non esiste più. Non esiste la città antica né quella artistica. Non esiste più la città popolare, sommersa dalla decomposizione del traffico, dalla turpitudine dei moderni romani e dalla cimiterialità della maggior parte dei quartieri successivi al millenovecento. Il popolo romano si regala alla pubblicità. Gli hanno tolto le piazze, i vicoli, le fontane, la campagna intorno, l’hanno rinchiuso nei dormitori a sognare l’inutile per dimenticare il meglio della vita. E questa gente che sapeva vivere adesso fa pena. Un tempo chiunque arrivasse a Roma diventava romano ed essere romano mutava il suo spirito. Adesso chiunque arriva a Roma diventa stronzo.
Roma non esiste più, se non nella mente di chi la pensa. La bellezza di Roma non appartiene al mondo di oggi ed il mondo di oggi non ha meriti, ha solo riverniciato i muri ad uso della rappresentanza, come si fa con gli atelier in centro, gli alberghi nei palazzi patrizi. Lo si fa per denaro.
Lo si faceva per denaro anche prima, però. E allora Roma, quella nuova, la metropoli attuale che usurpa il blasone della metropoli antica, il luogo dove da duemilasettecento anni e oltre si guarda in faccia il mondo, si fanno affari, si tramano congiure piccole e immense, si muore di stress e di rabbia, non è un posto come un altro. E nessun altro posto è come Roma, la città eterna, l’eterno ricovero degli straccioni. Straccioni portavano in trionfo i cesari, straccioni questuavano dal papa re, straccioni acclamavano un vanaglorioso affacciato al balcone, straccioni in combutta con simili a loro dalla firma istituzionale vendono appartamenti dove ci dovrebbero essere solo vigne, grano, ninfe rincorse da fauni, la contemplazione e lo studio del mondo, delle arti e della vita. E la città moderna non doveva essere costruita intorno a quella antica, ma da un'altra parte.
Roma mi attrae, per quanto la disprezzo. E’ lo specchio distorto di questo mondo, è lo specchio sfaccettato dei tempi, è lo specchio rotto del passato.
A Roma accadono molte cose e Roma è un luogo talmente noto e studiato che la maggior parte delle cose che la riguardano non si sono mai viste né udite.
Io ne conosco qualcuna.