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lunedì 23 agosto 2010

Un orto botanico

Quello che rimpiango di Roma non è la città sparita che non ho visto, né il suo popolo che era migliore prima di adesso soltanto perché non aveva niente e poteva permettersi di essere generoso senza nulla perdere. Rimpiango il luogo che avrebbe potuto essere, perché l'ho immaginato tanto che praticamente l'ho visto.
Roma avrebbe potuto essere l'orto botanico archeologico e il parco naturale artistico più sensazionale nel giro di almeno quattro o cinque continenti. I musei archeologici avrebbero potuto inserirsi in musei forestali e agricoli, il centro storico si sarebbe potuto circondare di boschi, vigne e frutteti che allo stesso tempo vi avrebbero attestato avamposti nelle ville patrizie boschive e sul lungotevere boscoso; e la sede della Sovrintendenza si poteva fare in cima ad una sequoia (per i primi secoli, aspettando la crescita dell'albero, l'ufficio sarebbe stato in verità un po' strettino).
Io non rimpiango la città che Roma è stata, rimpiango che a Roma ci sia ancora una città, anziché una riserva naturalistico culturale.
Però, se si demolissero gli edifici posteriori al millenovecento (quasi tutti) e si rimboscasse a tappeto tutta la provincia, la situazione potrebbe migliorare.
Il Tevere potrebbe tornare, non solo balneabile, ma anche potabile, oltre che biondo.
E invece delle squallide bancarelle dell'estate romana si organizzerebbe il festival della poesia tra i ginepri di Corso Vittorio, l'estemporanea di pittura nella pineta di Piazza Venezia, o la sagra delle zucchine gratinate nella serra multimediale degli ortaggi del Circo Massimo. Tarzan si farebbe il bagno all'incrocio tra l'Aniene e il Tevere. La biennale del cinema muto bulgaro restaurato avrebbe il suo fascino ed un sicuro successo nella cornice verde lussureggiante del Parco delle Piante Tropicali di San Giovanni in Laterano. E tante simili amenità che si possono inventare.
Pensiamoci, e dopo averci pensato, trasferiamoci a rovinare un altro posto.

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